Una campagna devastante
Bersani cannoneggiato da Repubblica su ogni lato (politica e morale)
Prima la dichiarazione per Nichi Vendola, poi l’invettiva di Matteo Renzi, quindi le accuse di Luigi De Magistris, in seguito le polemiche di Tito Boeri e infine le critiche di ieri sul caso Filippo Penati. A leggere con attenzione il giornale più rappresentativo del pensiero progressista italiano non si può fare a meno di notare come negli ultimi mesi siano aumentati i segnali di insofferenza rivolti dal quotidiano dell’ex tessera numero uno del Pd (Carlo De Benedetti) all’attuale segretario di quello stesso partito (Pier Luigi Bersani).
14 AGO 20

Il giornale di cui parliamo naturalmente si chiama Repubblica e se è vero che tra la direzione di Largo Fochetti e il leader del maggior partito d’opposizione non vi è mai stata una simpatia scoppiettante è anche vero che la scarsa sintonia tra le guardie Repubblicane (come i democratici antipatizzanti di Rep. chiamano il quotidiano diretto da Ezio Mauro) e i dirigenti del Pd oggi ha raggiunto livelli mai visti prima. Nella segreteria dem c’è chi si chiede se dalle parti di Rep. abbiano improvvisamente deciso di passare dal TTB (tutto tranne Berlusconi) anti Caimano al TTB anti bersaniano.
Ma vere o false che siano le preoccupazioni del Pd la cronaca ci dice che da diversi mesi le critiche più severe ricevute dal Pd spesso arrivano da un giornale come Rep. che in teoria dovrebbe essere un giornale amico. L’ultimo caso è quello di un editoriale pubblicato ieri in prima pagina sul caso Penati – firmato da uno dei 45 democratici che quattro anni fa fece parte del comitato fondatore del Pd (Gad Lerner) – in cui Rep. ha ricordato che l’ex braccio destro di Bersani è “espressione coerente di una politica che ha fatto il suo tempo” e che, sì, “il Pd non poteva fare altro che sospenderlo. Ma Bersani sa meglio di chiunque altro che non è una mela marcia”. Certo, si dirà, avendo fatto della questione morale un suo cavallo di battaglia era inevitabile che Rep. picchiasse sull’argomento anche con la segreteria del Pd. Vero. Ma vero è anche che i fendenti indirizzati a Bersani dal mondo di CDB ultimamente non si sono limitati al caso Penati ma sono andati a colpire anche il cuore pulsante della leadership del segretario: la sua politica economica.
A questo proposito, il caso più recente, e più discusso nel Pd è stato quello dello scorso 27 agosto, quando sulla prima pagina di Repubblica Tito Boeri – direttore scientifico della fondazione Rodolfo Debenedetti, nonché uno dei più importanti opinionisti economici del giornale – non è riuscito a trattenersi dal fare a pezzi la contromanovra proposta dal segretario del Pd dopo l’incontro con le parti sociali. “Il decalogo di proposte presentato da Bersani – ha scritto Boeri – non ha né i numeri, né i contenuti per riuscire in questo intento (di convincere i mercati, ndr). (…) Quasi metà del testo consiste in critiche alla manovra del governo. Il resto del documento è un elenco di titoli generici, più che un insieme coerente e articolato di proposte”.
L’affondo di Boeri (al quale due giorni dopo Bersani risponderà con una lunga lettera) sarebbe di per sé sufficiente per romanzare attorno alla bocciatura del segretario del Pd. Ma in realtà di segnali utili a descrivere la crescente diffidenza di Rep. per il leader del Pd ve ne sono ancora molti e a dire il vero non si trovano soltanto sulle pagine del quotidiano di Mauro. Per esempio, due notevoli sberle rifilate a Bersani sono arrivate appena un mese fa da altri due editorialisti di Repubblica sull’inserto settimanale di Rep, il Venerdì. Era il 9 agosto e sullo stesso numero del Venerdì sia Curzio Maltese sia Michele Serra non hanno risparmiato critiche al leader del Pd, sempre sul caso Penati. Secondo Maltese, “l’immagine del segretario del Pd ne esce ammaccata e non sarà certo un altro simpatico duetto televisivo con Crozza a risollevarla. Servirebbero piuttosto spiegazioni convincenti. Quelle che Bersani ha offerto fin qui equivalgono a spalmare l’Autan sulle zanzare”; mentre secondo Serra, “un grande leader di partito dovrebbe essere, oggi, prima di tutto un rivoluzionario ‘interno’. Poi, una volta cambiato il partito, avrebbe di nuovo qualche speranza di tornare a fare politica”.
Naturalmente, per chi ha buona memoria non è difficile ricordare che giusto la scorsa settimana è stata proprio Rep. a ospitare sulle sue pagine una serie di interviste ad alcuni esponenti del centrosinistra molto critiche con l’attuale direzione del Pd (interviste firmate da Concita De Gregorio, ex direttrice dell’Unità da poco sostituita alla guida del giornale da Claudio Sardo anche con il benestare di Bersani). Tra le varie chiacchierate con alcuni importanti sindaci progressisti quelle che hanno fatto più discutere sono state senz’altro due. La prima (pubblicata giovedì scorso) è stata quella a Luigi De Magistris (sul caso Penati) la seconda quella a Matteo Renzi (sempre sulla questione morale del Pd). Nella prima intervista, De Magistris ha ricordato che “Gli affari sono uguali a sinistra e a destra. E su Penati Bersani non poteva non sapere” mentre nella seconda (quella al sindaco Renzi) Concita De Gregorio è riuscita a far dire a Renzi non solo che è necessario rottamare gli attuali dirigenti del Pd (parentesi: la parola rottamazione è stata utilizzata per la prima volta da Renzi proprio su Repubblica, il 28 agosto 2010) ma anche che è necessario farlo prima delle prossime elezioni, anche a costo di candidarsi in prima persona alle primarie. Più o meno la stessa cosa che il primo settembre ha chiesto dalla sua Amaca ancora Serra, che durante i giorni più caldi del caso Penati ha ammesso che se ci fossero oggi le primarie al posto di Bersani “io voterei Nichi Vendola”. E l’impressione è che nel giornale che da tempo cerca un Papa straniero per il centrosinistra siano sempre di più le guardie repubblicane che su Bersani la pensano proprio come lui.